La terrazza del Pincio torna ai romani

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La terrazza del Pincio torna ai romani. Il primo giardino della Capitale, tutelato dalla Carta dei Giardini Storici, voluto da Napoleone Bonaparte e realizzato secondo il progetto dell’architetto neoclassico Giuseppe Valadier, torna ad essere fruibile in tutto il suo splendore. Sulla terrazza del Pincio, o meglio sulla realizzazione di un parcheggio sotterraneo per 700 posti auto, era nata una querelle tra l’ex sindaco Walter Veltroni, promotore del progetto, e il sindaco Gianni Alemanno, contrario da subito e in questo supportato dal Ministro per i Beni culturali. Motivo dello scontro, il ritrovamento di importanti reperti archeologici.

LA TERRAZZA DEL PINCIO
A dirimere la questione era stata nominata una commissione di saggi che avevano spiegato di ritenere necessaria una “variante progettuale” sul piano archeologico. I saggi, in particolare, avevano ritenuto che “lo svuotamento in profondità del colle e l’inserimento di un rilevantissimo volume di una nuova edificazione” avrebbe potuto “compromettere in modo irreversibile il valore storico e la qualità estetica-ambientale dei luoghi interessati, a partire dalle memorie archeologiche fino alle più moderne rilevanze di ordine architettonico“.

IL RESTAURO
Alla fine del 2008 fu poi presa la decisione di interrompere i lavori. Il Comune di Roma aveva intrapreso quindi la delicata fase di ripristino e restauro dell’arredo urbano curata dall’Ufficio Città Storica del VI Dipartimento, in collaborazione con la Soprintendenza statale e comunale. Il sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro aveva annunciato che la gran parte delle strutture archeologiche rinvenute sarebbero state interamente coperte con tessuto e pozzolana: “La parte rimanente – aveva spiegato – corrispondente a strutture marginali di una villa romana che affaccia sul Muro Torto, la cui porzione centrale era andata già distrutta dal progetto di risistemazione del Pincio del Valadier, sarà coperta a solaio con una struttura sostenuta da 12 pali che dovranno corrispondere, laddove possibile, ai fori di carotaggio realizzati nel corso delle indagini archeologiche e comunque ricadere sul terreno vergine“.

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